Mamme a 40 anni, i rischi aumentano


A cura del Dottore Patrizio Antonazzo, primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale Bufalini, Cesena


Il ruolo sociale della donna contemporanea la porta a ritardare sempre più spesso la prima gravidanza.

Ma avere un figlio a quarant’anni resta, dal punto di vista biologico, una sfida alla natura, che non ha adattato i propri ritmi ai rapidi mutamenti verificatisi nella mentalità e nel costume femminile.

Ne derivano diverse conseguenze negative, come la ridotta fertilità, l’accresciuto rischio di anomalie cromosomiche e i pericoli per la salute del nascituro e per quella della donna durante i nove mesi dell’attesa.


Le preoccupazioni fondamentali della natura, per quanto riguarda la specie umana, sono essenzialmente due: fare sì che possiamo riprodurci e avere figli, possibilmente sani e capaci di sopravvivere e in grado a loro volta di avere figli, e garantirci la salute e la sicurezza, arrivando anche a sospendere temporaneamente le nostre capacità riproduttive qualora queste si rivelassero minacciose per l’integrità fisica e per l’esistenza stessa.

Orologio biologico e ruolo sociale

Dunque, perché le due preoccupazioni della natura, cioè mantenerci in buona salute e farci fare figli, non entrino in conflitto tra loro, è necessario che l’acquisizione della capacità di procreare si verifichi nel momento in cui la donna ha raggiunto le caratteristiche fisiche adeguate e si interrompa nel momento in cui queste condizioni di sicurezza tendono e venir meno.

Questo sistema è regolato da un orologio biologico localizzato nell’ovaio (ed in particolare dal processo maturativo ovocitario, al culmine del quale inizia la vita riproduttiva) e dal suo contenuto di ovuli limitato, il cui mensile consumo culminerà con la menopausa.

Diventare mamma a quarant’anni costituisce ormai un evento estremamente comune, sebbene un avvenimento fisiologico come la gravidanza possa associarsi a nuove e diffuse problematiche.

Il cambiamento dello stile di vita della donna seguito alle rivendicazioni femministe, la sempre crescente tendenza allo svolgimento di attività lavorative e il desiderio di carriera hanno spostato inevitabilmente in avanti l’età in cui la donna inizia a considerare seriamente l’ipotesi di generare un figlio.

Questa modificazione del ruolo sociale della donna, però, non è stata accompagnata da un altrettanto rapido adattamento dell’età biologica femminile, e questo disequilibrio è responsabile di due grosse problematiche: la riduzione della fertilità e l’aumentata frequenza di anomalie cromosomiche.

Scelte tardive e pericoli

In accordo con il principio naturale secondo cui la riproduzione umana deve avvenire senza compromettere la salute della donna, il sesso femminile presenta una ciclicità biologica che limita il periodo del potenziale concepimento tra la comparsa della prima mestruazione e la scomparsa delle stesse.

Durante questa fase della durata di circa vent’anni, si assiste ad una progressiva riduzione della fertilità. Infatti, la massima fertilità delle donne viene raggiunta tra i 20 e i 24 anni, con un primo brusco declino dopo i 30 anni e un calo veramente importante dopo i 40 anni.

Questo progressivo calo della fertilità, unito alla tendenza sociale ormai diffusa a cercare una gravidanza tardivamente, ha comportato l’ipotesi di un aumento di incidenza della sterilità e ha determinato un conseguente maggiore “consumo” delle tecniche di riproduzione assistita.

Così la gestazione, in una donna di quarant’anni, inizia spesso per merito di queste tecniche, con un maggiore rischio di esiti sfavorevoli della gravidanza attribuiti solo in parte alle metodiche di assistenza, poiché verosimilmente dipendenti dall’età della donna stessa.

Dunque, lo spostamento dell’età della prima maternità e il parallelo sviluppo delle tecniche di riproduzione assistita hanno contribuito ad incrementare la frequenza delle gravidanze tardive, ma nello stesso tempo hanno gettato le basi per la nascita di problematiche morali e sociali più complesse.

Infatti, la possibilità di poter disporre di oviciti altrui (ovodonazioni) può permettere persino ad una donna di 60 anni l’inizio di una gestazione. Ovviamente questi casi limite sfidano il binomio naturale fra riproduzione e salute, ed espongono ulteriormente madre e figlio a rischi non trascurabili per la loro salute, attribuibili essenzialmente al pericolo di parto pretermine, che si aggiungono a problematiche etiche più complesse come la negazione del diritto dei bambini di essere educati e cresciuti da genitori “normalmente giovani”.

Anomalie cromosomiche in agguato

Parallelamente alla riduzione della fertilità, l’aumentare dell’età della donna è responsabile anche di una crescita nella frequenza di anomalie cromosomiche, in particolare trisomie e polisomie X.

In pratica, quanto più una donna è avanti con gli anni, tanto maggiore è il rischio che il nascituro non sia normale dal punto di vista del suo contenuto di DNA. La maggior parte di queste alterazioni cromosomiche è incompatibile con la vita: ne deriva una sorta di selezione naturale, che culmina con l’interruzione spontanea della gravidanza nel primo trimestre.

La frequenza di queste anomalie, insieme ad un ambiente riproduttivo tendente all’esaurimento, spiega il maggiore tasso di abortività riscontrato nelle donne con età maggiore di 35 anni. Tra le alterazioni cromosomiche compatibili con la sopravvivenza extrauterina, la sindrome di Down, o trisomia 21, è la più frequente e la più conosciuta.

La sua incidenza dipende fortemente dall’età materna: infatti, mentre una donna a 35 anni presenta un rischio di partorire un figlio con un’anomalia cromosomica quasi sovrapponibile a quello della popolazione generale, una donna di età superiore ai 35 anni evidenzia un rischio aumentato. Negli ultimi anni sono stati sviluppati diversi test di screening, sia ecografici sia basati sul dosaggio di sostanze plasmatiche materne, che permettono di stimare il rischio di avere in grembo un figlio portatore di un’anomalia cromosomica.

In realtà questo tipo di approccio trova uno scarso impiego razionale in donne che hanno superato i 35 anni, età alla quale l’esecuzione di esami invasivi come la villocentesi o l’amniocentesi è sicuramente più precisa in quanto porta ad una diagnosi certa di normalità o anormalità genetica.

Una sfida alle regole della natura

Come già accennato, la gravidanza insorta ad un’età relativamente vicina alla fine dell’epoca riproduttiva di una donna, pur essendo un fenomeno che le nuove regole sociali tendono a rendere più comune, costituisce una sfida non trascurabile alle regole dettate dalla natura.

Si tratta di un evento in cui la fisiologia viene fortemente minata dal tentativo naturale di salvaguardare la salute della donna: esso impone un atteggiamento medico diverso, più attento e preoccupato di quanto non sia necessario per seguire una gestazione sopravvenuta in età più giovane.

Una gestazione che insorge dopo i 35 anni comporta dei rischi anche per la salute della donna Infatti, nei soggetti già predisposti è più elevato il pericolo che insorgano ipertensione e diabete nel corso della gravidanza. Queste indicazioni sembrano in accordo con il concetto di sfida che la vita sociale della donna sta lanciando alla biologia della donna stessa.

In conclusione, se da una parte assume grande importanza l’attenzione da porre nei confronti di una gravidanza insorta tardivamente, un ruolo ancora maggiore riguarda la sensibilizzazione nei riguardi di queste problematiche, al fine, se non di frenate, almeno di rallentare questa tendenza ad avere dei figli in età più vicine alla fine della vita riproduttiva femminile.


18 febbraio, Giornata mondiale della sindrome di Asperger. Spieghiamo cos’è.


A cura della Dott.ssa Cristina Motta, Medico specialista in Neuropsichiatria Infantile.


La sindrome di Asperger è una forma lieve di autismo, in cui il bambino non si chiude in sé stesso e non evidenzia ritardi nello sviluppo del linguaggio ma, pur desiderando interagire con gli altri, mette in luce evidenti difficoltà nel farlo.
Mostra infatti gravi problemi nell’uso sociale del linguaggio e nel comprendere la reciprocità dell’azione comunicativa. Incentrando il dialogo esclusivamente su sé stesso e sulle proprie esigenze, l’individuo affetto dalla sindrome viene così inevitabilmente emarginato dai coetanei.
La varietà delle manifestazioni, fra cui spicca la focalizzazione ossessiva su un argomento, rende difficile la diagnosi di questo disturbo, alla quale infatti sfugge circa la metà dei malati.
Questa condizione non ha origine psicologica, ma è dovuta a una disfunzione di alcune strutture del cervello, le cui cause risiedono probabilmente nell’interazione di fattori genetici e ambientali. La sindrome di Asperger è una situazione cronica che perdura per tutta la vita, anche se le competenze sociali ed emotive del paziente possono migliorare, talora anche decisamente, attraverso una specifica terapia di tipo cognitivo-comportamentale


La sindrome di Asperger è un disturbo neurobiologico evolutivo, considerato come una forma di autismo lieve, che dura per tutta la vita, e che può interessare sia i bambini che gli adulti. Gli specialisti inseriscono  la sindrome di Asperger (AS) in un gruppo di condizioni chiamate Disturbi dello Spettro Autistico, che evidenziano compromissioni nelle abilità sociali e comunicative. 

Una diagnosi non facile

La prevalenza della Sindrome di Asperger non è ben stabilita. Ricordiamo che la prevalenza indica quanti individui presentano la condizione in uno specifico momento nel tempo, mentre l’incidenza è il numero di nuovi casi che compaiono in un determinato periodo di tempo, per esempio in un anno. Spesso la sindrome di Asperger non è riconosciuta prima dei 5 o 6 anni, visto che lo sviluppo linguistico è normale. Più facilmente viene diagnosticata durante la scuola elementare, quando le maggiori richieste sociali mettono più in evidenza la debolezza nelle competenze relazionali del bambino. Stime di prevalenza variano da 1 bambino ogni 250 a 1 bambino ogni 5.000. Molti individui che ne sono lievemente affetti continuano a essere non diagnosticati. Si ritiene che attualmente venga riconosciuto e diagnosticato  circa il 50% dei bambini con Asperger. Nessuno studio è stato condotto per determinare l’incidenza della sindrome di Asperger nella popolazione adulta. Secondo un vasto studio britannico del 2001 il 46% di adulti con sindrome di Asperger non aveva ricevuto la diagnosi fino alla tarda adolescenza o all’età adulta. 

Come gli altri disturbi dello Spettro Autistico, la sindrome di Asperger è più frequente nei maschi che nelle femmine, ma alcuni clinici ritengono che le femmine siano sottodiagnosticate perché, rispetto ai maschi, imparano meglio a compensare le loro difficoltà di socializzazione.

In difficoltà con gli altri 

 Il deficit centrale che si riscontra nei soggetti interessati da questa condizione è la compromissione delle abilità sociali, cioè la difficoltà che la persona mostra nelle interazioni sociali quotidiane con gli altri. Ciò che l’individuo Asperger fa fatica a comprendere è che le interazioni sociali sono per loro natura reciproche: egli difetta delle abilità sociali di base, che sono presenti spontaneamente in tutte le  altre persone, il che gli impedisce di comunicare efficacemente e di avere buone relazioni, non solo personali ma anche di lavoro. Ciò che distingue la sindrome di Asperger dall’autismo sono i sintomi meno gravi e l’assenza di un ritardo nello sviluppo del linguaggio: i bambini e gli adolescenti con questo disturbo evidenziano  frequentemente  buone abilità linguistiche e cognitive, con intelligenza nella media o sopra la media. Agli occhi di un osservatore non esperto, un bambino o un adolescente interessato da Asperger può sembrare semplicemente un bambino normale che si comporta differentemente. I soggetti con autismo spesso si presentano come isolati, solitari, non interessati agli altri: non è questo il caso dei bambini o degli adolescenti con la sindrome di Asperger. La maggior parte di loro desidera inserirsi e avere interazioni con gli altri, ma semplicemente non sa come fare. Alcuni possono non comprendere, o fare fatica a comprendere, le regole sociali, e mancare o difettare di empatia: per tali motivi spesso vengono isolati e/o presi in giro dai coetanei. Faticano a focalizzare la natura del “prendere-dare” caratteristica di  una conversazione: possono ingaggiare l’interlocutore in una conversazione di loro interesse senza preoccuparsi delle reazioni della controparte, oppure possono mostrare  difficoltà nell’interessarsi a ciò che l’altra persona sta dicendo, faticare nel capire quando parlare e quando ascoltare, non comprendere l’uso dei gesti. Hanno quindi problemi nell’uso sociale del linguaggio: è per loro arduo capire il punto di vista degli altri, e risulta complicato riconoscere e  controllare le proprie emozioni (come la rabbia o l’ansia) e padroneggiare il proprio comportamento, analizzare una situazione e adeguarsi al contesto. Tendono ad avere un pensiero rigido, a volte si fissano su certe cose ed è difficile distorglierli, hanno scarsa flessibilità, tendono ad essere “catastrofici”, pessimisti, e sono molto sensibili alle critiche ed al giudizio altrui. Possono soffrire di disturbi neurosensoriali, cioè una ipo o  ipersensibilità a determinati stimoli  (uditivi, visivi, tattili): quindi, per esempio, reagiscono a rumori forti o improvvisi che, in virtù delle loro caratteristiche, non per la loro intensità, sono per loro fastidiosi. Possono non sopportare alcuni tessuti sulla pelle o non tollerare le etichette dei vestiti: per loro questi stimoli sono una vera sofferenza, e vengono percepiti come dolorosi.  Molti hanno un argomento specifico che è per loro di grande interesse: non si tratta semplicemente di un hobby o di un passatempo, ma risulta molto intenso e può arrivare ad essere quasi un’ossessione.

Manifestazioni differenziate

Quando si parla di sindrome di Asperger, è importante ricordare che non c’è un bambino, un ragazzo o un adulto uguale a un altro. La condizione si manifesta diversamente, anche per quanto riguarda l’intensità dei sintomi, in ogni soggetto. Poiché si parla di uno spettro, ci sono differenze anche sottili tra un caso e l’altro, il che rende la diagnosi più difficile. La diagnosi precoce è il miglior modo di aiutare questi individui a funzionare meglio nella vita sociale, anche se non può essere fatta con una buona accuratezza prima dei 5 anni d’età. Viene effettuata dallo specialista nei disturbi autistici attraverso colloqui con i genitori, raccolta di informazioni negli ambienti sociali frequentati dalla persona (per esempio la scuola), osservazioni cliniche, nonché tramite l’utilizzo di scale e questionari diagnostici standardizzati specifici.

  Spesso il bambino o l’adolescente viene portato dai genitori all’attenzione dello specialista per problemi di attenzione, motori, disturbi comportamentali, difficoltà emotive, disturbi alimentari o difficoltà di apprendimento scolastico, e il processo diagnostico a volte poi sfocia in una diagnosi di Asperger. Talora il quadro di funzionamento Asperger non viene  riconosciuto, e il soggetto riceve altre diagnosi quali ADHD (Disturbo da Deficit d’Attenzione e Iperattività), Disturbo dell’Umore, Disturbo d’Ansia Generalizzato, Disturbo Emozionale, Disturbo di Apprendimento, e così via. Capita a volte che, nei bambini e negli adolescenti,  l’attenzione venga focalizzata, soprattutto nei casi più lievi, sui sintomi più evidenti, più disturbanti, e quindi si osservi la punta dell’iceberg (iperattività, difficoltà di attenzione, vulnerabilità emotiva, difficoltà nel controllo comportamentale), e venga persa o misconosciuta l’esistenza di ciò che si trova sotto la superficie, cioè il peculiare funzionamento Asperger. D’altro canto, in circa il 70% dei casi, gli individui che presentano una sindrome di Asperger possono evidenziare un ulteriore disturbo associato (ADHD,  Disturbo d’Ansia, depressivo, di Apprendimento e così via). Per esempio, pressappoco il 65% degli adolescenti con Asperger soffre di un disturbo depressivo. Tra gli adulti, quelli affetti da una forma depressiva sono quattro volte più a rischio degli altri di avere pensieri suicidari, e incorrono in probabilità doppie di pianificare o tentare di uccidersi. Inoltre, il 25% degli adulti mostra chiari segni di Disturbo Ossessivo-Compulsivo. 

Cause genetiche e ambientali

Prima di tutto, sappiamo che la sindrome di Asperger non è causata da un’incapacità o inadeguatezza dei genitori, da cause psicologiche o da un trauma. Gli studi hanno dimostrato che la sindrome è dovuta a una disfunzione di specifiche strutture del cervello: è come se questo organo fosse stato cablato in modo diverso. Come mai ciò accade? Probabilmente, per la maggior parte dei casi, l’origine risiede in fattori genetici: infatti le ricerche hanno evidenziato che circa il 20% dei padri e circa il 5% delle madri di un bambino affetto da Asperger hanno la sindrome, circa il 50% dei parenti di primo grado del bambino presenta alcune caratteristiche simili e, se consideriamo i parenti di secondo e terzo grado, più di due terzi dei bambini con la patologia hanno un parente in cui si riscontrano alcune caratteristiche del disturbo. Senza dubbio, indagini sulle cause dell’autismo potranno fornire informazioni anche sulle ragioni della sindrome di Asperger. Le cause dell’autismo sono però a tutt’oggi sconosciute, e non si conosce ancora il percorso eziopatogenetico che conduce allo sviluppo delle varie forme di autismo, sebbene negli ultimi vent’anni parecchi sforzi siano stati profusi nel chiarire le sue basi genetiche e neurobiologiche. Sempre di più l’attenzione si sposta sui fattori ambientali o sull’interazione geni-ambiente. Fra gli elementi ambientali, gli studi prendono in esame, per esempio, l’esposizione ad agenti infettivi durante la vita prenatale, l’esposizione a farmaci (antidepressivi della classe SSRI, acido valproico, talidomide) o gli agenti tossici, anche attraverso l’alimentazione durante la gravidanza. Inoltre, occorre considerare le particolari condizioni che si possono verificare durante lo sviluppo fetale e neonatale (andamento della gestazione, infezioni contratte dalla madre, circostanze del parto), o altri fattori biologici che possono condizionare lo sviluppo cerebrale.

Una terapia comportamentale

La sindrome di Asperger è una condizione cronica che perdura per tutta la vita. Una persona con una diagnosi certa di questa condizione cresce con il suo disturbo. C’è da dire che, in alcuni adulti, i segni della sindrome diminuiscono con il tempo e sono meno evidenti: questi soggetti riescono infatti, attraverso la loro intelligenza e con l’opportuno aiuto, a cogliere e ad apprendere i meccanismi della socializzazione, e permangono solo alcune sottili differenze e alcune difficoltà rispetto ai cosiddetti individui neurotipici (cioè chi non ha la sindrome). Il trattamento per i pazienti interessati da Asperger è costituito da una terapia specifica di tipo cognitivo-comportamentale, attraverso la quale il soggetto comprende e apprende competenze sociali ed emotive. Fondamentale è che i genitori, gli insegnanti e gli adulti che interagiscono con il bambino, l’adolescente o l’adulto conoscano e comprendano il funzionamento Asperger attraverso un training, affinché possano poi fornire guida, aiuto e insegnamento. Le condizioni psichiatriche che si possono associare alla sindrome richiedono invece un intervento specifico, a volte farmacologico.  


Gravidanza, chi fuma rischia


A cura della dott.ssa Valentina Galiano, ginecologa


Il fumo di tabacco è un’abitudine ancora molto diffusa nella popolazione, sebbene risulti ormai acclarato quanto sia dannoso per la nostra salute e per quella di chi ci sta intorno. Purtroppo molte donne fumatrici non smettono neppure in gravidanza, nonostante che gli effetti sul feto e le conseguenze a lungo termine sulla salute del bambino siano anch’essi noti da tempo. 

In Europa, si stima che il 10% circa delle donne fumi anche quando si trova in dolce attesa. Sebbene il fumo non comporti automaticamente un danno per la salute del nascituro, i rischi aumentano. E sono tanto maggiori quanto più alto è il numero di sigarette consumate.

Una miscela molto dannosa

Il fumo di sigaretta è una miscela chimica aerosolica costituita da diverse sostanze dannose, di cui alcune sicuramente cancerogene (idrocarburi policiclici aromatici, nitrosamine, metalli pesanti). Inoltre, il fumo include prodotti di combustione quali monossido di carbonio e diossido di carbonio, gas incolori e inodori che ostacolano il trasporto dell’ossigeno nel sangue e composti semi-volatili derivati degli idrocarburi, come fenoli e cresoli. Infine, come è ben noto, contiene nicotina, un alcaloide prodotto dalle foglie della pianta del tabacco che, una volta inalato, raggiunge i diversi organi attraverso i vasi sanguigni.

La nicotina e le molte altre sostanze presenti nella sigaretta sono in grado di superare la barriera emato-placentare interferendo con il normale sviluppo e con la crescita del feto. Uno dei maggiori effetti avversi causati dall’esposizione al fumo di tabacco durante la vita intrauterina è la riduzione dell’ossigenazione dei tessuti fetali. Il monossido di carbonio rilasciato dalla sigaretta ha una elevata affinità per l’emoglobina dei globuli rossi e per altre molecole coinvolte nel trasporto dell’ossigeno, condizione che incrementa i livelli di carbossiemoglobina nei vasi ombelicali, rendendo difficoltoso il rilascio di ossigeno alle cellule del feto e provocando una conseguente riduzione dell’ossigenazione (ipossia). 

La struttura e la funzione della placenta di una fumatrice saranno pertanto alterate, sia per le modificazioni vascolari che derivano dal fumo sia per l’aumentata morte delle cellule placentari dovuta all’ipossia. La conseguenza diretta più frequente ed importante, ampiamente dimostrata, è quindi un basso peso alla nascita, che definisce un neonato di peso inferiore ai 2.500 grammi. Tale esito si riscontra soprattutto in caso di abitudine al fumo nel secondo e nel terzo trimestre, e sembra essere dipendente dalla quantità di sigarette.

Le alterazioni della placentazione conseguenti all’esposizione al fumo comportano anche un maggiore rischio di parto pretermine, ossia prima delle 37 settimane di gestazione. Inoltre, sebbene le cause possano essere molteplici (rottura prematura delle membrane, distacco di placenta, corionamniosite, e così via), è stato dimostrato che nelle donne fumatrici è maggiore la possibilità che il parto pretermine si verifichi prima della trentaduesima settimana di gravidanza, con conseguente elevato rischio di morbilità e mortalità neonatale. Benché sia noto che il peso alla nascita è influenzato dall’epoca gestazionale, diversi studi dimostrano come l’effetto su di esso del fumo non possa essere spiegato solamente dalla precocità dell’epoca gestazionale, ma agisca indipendentemente da essa. 

Malformazioni più frequenti

L’esposizione di madre e feto alle multiple sostanze tossiche della sigaretta è inoltre ritenuta responsabile dell’aumento del rischio di malformazioni congenite. Data la numerosità di queste sostanze, è difficile stabilire un preciso rapporto causa-effetto (bisogna considerare anche il ruolo della suscettibilità genetica individuale), ma sappiamo ad esempio che la nicotina, dato l’impatto vasoattivo, potrebbe essere implicata nei difetti della vascolarizzazione fetale, con conseguente sviluppo di anomalie anatomiche. 

Sebbene la percentuale complessiva dei bambini malformati non sembri essere più elevata nei nati da donne fumatrici, è dimostrato che, paragonate alle non fumatrici, queste mamme evidenziano un rischio maggiore di avere figli affetti da malformazioni congenite specifiche: schisi labio-maxillo-palatina, gastroschisi (difetto della parete addominale con incompleta chiusura dei muscoli e della cute e conseguente fuoriuscita dei visceri addominali), atresia anale (mancata apertura dell’ano), difetti cardiaci, anomalie digitali (polidattilia, sindattilia, adattilia), criptorchidismo (mancata discesa di uno o di entrambi i testicoli nello scroto), ipoplasia/agenesia renale (sviluppo insufficiente o assenza di uno o di entrambi i reni). 

Le ricadute genetiche

Al centro delle attuali ricerche scientifiche vi è il ruolo che i meccanismi epigenetici possono rivestire nel provocare gli effetti negativi dell’esposizione al fumo durante la vita intrauterina e nei primi periodi della vita extrauterina. La teoria epigenetica fornisce una spiegazione potenziale su come i fattori ambientali e quelli nutrizionali possono modificare, attraverso cambiamenti nell’espressione genica, l’incidenza di numerose malattie comuni. 

Quanto più precocemente questi meccanismi vengono attivati, tanto più rilevanti saranno le conseguenze nel breve e nel lungo termine. Nella maggior parte degli studi, tuttavia, emerge, per quanto riguarda il fumo di sigaretta, una difficoltà nel discernere tra gli esiti potenziali dell’esposizione prenatale e quelli determinati dall’esposizione postnatale, con conseguente difficoltà di definire quale delle due forme di esposizione sia all’origine delle ricadute importanti.

Nicotina e “morte in culla”

In epoca postnatale, uno dei rischi principali associati al fumo materno è la sindrome della morte improvvisa infantile (SIDS – Sudden Infant Death Syndrome), conosciuta comunemente come “morte in culla”, che colpisce nel primo anno di vita (soprattutto nei primi 2-4 mesi) lattanti apparentemente sani.

È una causa di morte relativamente frequente in questa fascia di età, con un’incidenza che oscilla tra 1,0 e 2,3 per mille. Mantenere il lattante in posizione diversa da quella supina durante il sonno, coprire eccessivamente il bambino, l’abitudine al fumo della madre durante e dopo la gestazione sono stati identificati come i fattori di rischio evitabili più importanti per la SIDS.

 I bambini morti a seguito di questa patologia tendono infatti ad evidenziare, rispetto a bambini deceduti per altre ragioni, una maggiore concentrazione di nicotina e di cotinine (metaboliti della nicotina che indicano l’esposizione al fumo passivo) nei polmoni e nei liquidi biologici. L’origine della sindrome è ancora sconosciuta, ma risiede verosimilmente in una compromissione della capacità delle cellule neuroendocrine del surrene di fronteggiare lo stress ipossico causato dall’azione della nicotina.

Molti disturbi respiratori

Altrettanto documentata è la maggiore frequenza, nei bambini esposti al fumo di sigaretta sia durante la gravidanza sia dopo la nascita, di alcuni disturbi respiratori ed otorinolaringoiatrici quali infezioni respiratorie acute, otiti medie ricorrenti, asma bronchiale e sintomi respiratori cronici. 
Le modificazioni epigenetiche, dovute al fumo durante la vita prenatale, predispongono il bambino all’iperreattività bronchiale, mentre il fumo passivo funge da fattore irritante che mantiene le vie respiratorie in uno stato di continua infiammazione. 

L’asma precoce, inoltre, procura deficit permanenti di sviluppo delle vie respiratorie, fino a una relativa insufficienza respiratoria permanente (da sforzo, durante lo sport). E come se non bastasse, fumare quando si aspetta un figlio sembra abbia effetti significativi sul neurosviluppo del nascituro, a breve e a lungo termine. Ne consegue un più basso sviluppo cognitivo e una maggiore frequenza di disordini comportamentali e dell’apprendimento durante l’infanzia e l’adolescenza.

Sembra esserci inoltre una relazione con il maggiore rischio di obesità in epoca infantile e di diabete mellito di tipo 2 in età adulta. Alcuni studi ipotizzano infatti che il fumo materno agisca da fattore scatenante per lo sviluppo di sovrappeso e di obesità, qualora l’esposizione avvenga nei nove mesi dell’attesa.

Il meccanismo in questione potrebbe essere quello del “fenotipo risparmiatore”, secondo cui un feto iponutrito (in tal caso per il ridotto apporto di ossigeno legato al consumo di nicotina) presenterà dei cambiamenti permanenti nel metabolismo dell’insulina e nella distribuzione del grasso corporeo, tali da favorire un’accelerata crescita postnatale.

Anche la gestante rischia 

Infine, non dobbiamo dimenticare la salute della gestante. Oltre ai rischi che tutti conoscono, come le malattie dell’apparato respiratorio (inclusi i tumori) e dell’apparato cardiocircolatorio, una donna incinta che fuma si espone a un pericolo ulteriore, cioè l’aumentata probabilità di tromboflebiti e di connessi fenomeni tromboembolici. Ma non mancano gli effetti negativi anche a monte, sulle potenzialità riproduttive femminili. 

I componenti tossici contenuti nella sigaretta alterano infatti i normali processi maturativi dell’ovocita, e la nicotina riduce la motilità delle tube ostacolando così il trasporto e la discesa degli ovociti lungo la tuba e l’incontro con gli spermatozoi. Nell’uomo l’abitudine al fumo riduce la qualità del liquido seminale, influenzando il numero e la motilità degli spermatozoi stessi.

I pericoli in allattamento

L’87-95% delle donne che fumano nel corso della gestazione mantiene tale abitudine anche durante i primi anni di vita dei propri figli, con importanti ripercussioni  sfavorevoli sulla loro salute. Le sostanze nocive contenute nel fumo di tabacco passano nel latte materno, che viene impoverito sia qualitativamente sia quantitativamente.

In particolare, è stata osservata una riduzione della quantità di acidi grassi polinsaturi a lunga catena, non influenzata dalla dieta materna, ma dall’inibizione dell’attività dell’enzima Δ5-desaturasi, coinvolto nella sintesi di queste sostanze nelle cellule della ghiandola mammaria. L’abitudine al fumo ha ricadute anche sulla durata dell’allattamento al seno, causandone un’interruzione prematura.

Tale effetto sembra essere attribuibile a diversi meccanismi, tra i quali la percezione di un senso di inadeguatezza del proprio latte da parte della madre fumatrice e la maggiore suscettibilità dei piccoli a sviluppare coliche e pianto inconsolabile, con conseguente necessità di ricercare altre modalità di allattamento. È stata osservata anche un’alterazione del ritmo sonno-veglia del bambino, caratterizzata da risvegli precoci immediatamente dopo l’esposizione al fumo, per l’effetto stimolante della nicotina sull’attività neuronale.

I figli di madri che hanno fumato durante l’allattamento hanno una maggiore probabilità di diventare a loro volta fumatori durante l’adolescenza o l’età adulta, verosimilmente perché si ritiene che la nicotina nel liquido amniotico e nel latte materno possa causare una sovraesposizione dei recettori nicotinici presenti a livello del Sistema Nervoso Centrale, predisponendo questi soggetti all’insorgenza di dipendenza. Per quanto concerne il danno polmonare, l’effetto irritante esercitato dal fumo, in aggiunta al trasferimento di allergeni attraverso il latte materno, sembra portare all’insorgenza di manifestazioni respiratorie di natura allergica, come asma e rinite. 

Tuttavia, le organizzazioni internazionali che si occupano della salute affermano unanimi che i benefici che l’allattamento al seno può garantire sia alle madri che ai loro bambini superano il rischio dell’esposizione al fumo, per cui l’allattamento al seno rimane la pratica di nutrizione indicata anche per i figli di madri che non smettono di fumare. 

Considerando che un lattante può essere esposto a componenti del fumo di tabacco non solo attraverso il latte materno, ma anche con l’esposizione al fumo passivo o per contatto con il fumo di terza mano (ossia i residui tossici di fumo che si depositano su qualunque superficie degli ambienti in cui si fuma), ulteriori studi sono necessari per dimostrare gli effetti aggiuntivi della simultanea esposizione al fumo di seconda mano sulla salute dei bambini.

L’occasione di smettere

Concludendo, le donne fumatrici con desiderio di gravidanza dovrebbero essere fortemente incoraggiate ad interrompere l’abitudine al fumo proprio nell’evenienza dei molti possibili effetti avversi. 

Anche l’utilizzo delle sigarette elettroniche, soprattutto quelle a base di liquidi aromatizzati sintetizzati chimicamente, deve essere scoraggiato, in quanto contengono comunque nicotina e sostanze chimiche nocive, i cui effetti a lungo termine sono ancora sconosciuti. 

Con una buona dose di volontà e di determinazione, e con il supporto di familiari ed amici, la “dolce attesa” potrebbe rappresentare proprio il momento nel quale tentare di chiudere definitivamente con il vizio del fumo, principalmente per la salute del bambino che nascerà, ma anche per il benessere globale della donna.


Sole, ecco come difendersi


A cura della Dott.ssa Floria Bertolini, dermatologa, consulente di ASM


  I filtri solari contenuti nelle creme protettive sono diventati oggi la modalità quasi esclusiva di protezione solare in uso. La loro popolarità deriva probabilmente dalle raccomandazioni dei medici per un’adeguata fotoprotezione, a seguito del progressivo aumento dei casi diagnosticati di melanoma, attribuiti per la maggior parte alle ustioni solari, soprattutto nell’età pediatrica e nell’adolescenza.

Una protezione completa


Ci sono state in passato discussioni fra gli studiosi circa la possibilità che l’uso delle creme solari potesse incrementare l’incidenza dei melanomi, che sono i tumori cutanei più maligni: si è però accertato che non è così. 
Secondo le ultime ricerche, i dati controversi sulla protezione dei filtri solari nei confronti del melanoma possono essere derivati dal fatto che, in passato, le creme solari erano focalizzate essenzialmente sulla difesa nei confronti dei raggi ultravioletti B (UVB), ritenuti dalla comunità scientifica i maggiori cancerogeni per la cute. 

I filtri, viceversa, offrivano poca o nessuna schermatura dai raggi ultravioletti A (UVA), il cui ruolo nell’insorgenza dei tumori cutanei è stato messo in luce soltanto negli ultimi anni. Tuttavia, a causa della maggiore sicurezza che si riteneva garantita dall’utilizzo delle creme protettive, le ore di esposizione giornaliera al sole s’incrementavano, e cresceva il rischio di melanomi provocati dagli UVA che, pur essendo meno pericolosi, mostrano una presenza quasi costante, a differenza degli UVB, concentrati tra le 11 e le 16. 

Le creme solari, alla luce di queste conoscenze, ora vengono formulate fornendo una copertura più equilibrata per UVA e UVB, e quindi si dovrebbe riscontrare un beneficio protettivo completo nei confronti del melanoma. 

Abbigliamento e dieta


Oltre a quello delle creme, non bisogna dimenticare il ruolo degli indumenti (cappello, occhiali, vestiti) nella protezione dalle radiazioni solari. Occorre però saperne valutare attentamente l’efficacia. Il cotone ripara dalle radiazioni ultraviolette molto più delle fibre sintetiche e l’abbigliamento più pesante protegge maggiormente rispetto a quello più leggero. 

In estate si è propensi ad usare capi chiari, perché più freschi, ma questi lasciano passare in misura più massiccia le radiazioni ultraviolette rispetto ai vestiti di colore scuro. 

Inoltre, un capo bagnato preserva meno dello stesso indumento asciutto. Infine, è utile ricordare che, oltre alla protezione “passiva” dalle radiazioni solari, attuata evitando esposizioni prolungate al sole, impiegando un abbigliamento adeguato e utilizzando creme protettive, è importante la protezione “attiva”, mirata a tenere indenni le cellule dai danni al DNA causati dai raggi UV o a riparare tali alterazioni.

A questo proposito è rilevante il ruolo degli antiossidanti (AOS), sia per uso locale sia a livello sistemico (dieta, integratori). Tra queste sostanze benefiche ricordiamo i flavonoidi, che si trovano nella frutta e nella verdura molto colorate, i polifenoli, contenuti per esempio nel tè verde, la vitamina E, l’acido ascorbico, o Vitamina C, la silimarina, presente nel cardo, i derivati della soia, del ginkgo biloba, del trifoglio rosso.


Mamma e bambino, protezione solare

Mamme e bambini, occhio al sole!



A cura della Dott.ssa Floria Bertolini, dermatologa, consulente di ASM


I nevi melanocitici, i cosiddetti nei, sono neoformazioni benigne di colorito marrone, più o meno scuro, che a volte sono rilevate rispetto ai piani cutanei circostanti. In genere sono presenti sulla pelle, ma possono trovarsi anche sulle mucose e nell’occhio.

Melanoma da prevenire


I nei sono in prevalenza acquisiti: soltanto l’1-2% dei neonati può avere un nevo melanocitico congenito, ossia già dalla nascita, oppure insorto nelle prime settimane o nei primi mesi di vita. I nei acquisiti, invece, compaiono in seguito. 

È ormai un dato scientifico accertato che le esposizioni al sole senza gradualità e le ustioni che ne derivano, soprattutto se avvenute in età infantile e nel corso dell’adolescenza, determinino una maggiore melanogenesi, cioè un numero superiore di nei nell’età adulta. 
L’ustione solare è dannosa anche se solo di primo grado, con un arrossamento intenso della cute e senza vesciche. Avere molti nei non incide soltanto sull’aspetto estetico, ma incrementa il rischio di ammalarsi di melanoma: infatti questo tumore maligno della pelle compare, nella maggior parte dei casi, su un neo preesistente.
In realtà questo “nevo”, secondo studi recenti, è già un piccolo melanoma con atipie scarse per essere già individuato. E nella maggior parte dei casi è insorto a seguito di scottature solari riportate nei primi anni di vita.

Il melanoma è una neoformazione con vari gradi di malignità in base allo sviluppo che ha raggiunto al momento della diagnosi. Le campagne di prevenzione secondaria hanno l’obiettivo di identificarlo precocemente, possibilmente quando si può ottenere la sopravvivenza con la sola asportazione chirurgica, metodica che serve anche alla diagnosi. Per questo è consigliata una visita dermatologica di controllo a tutti i soggetti con nei melanocitici multipli e/o con familiarità per melanoma, non perché il neo sia una formazione maligna, ma per identificare tempestivamente il melanoma, che somiglia molto ai nei. 

In base ai dati statistici, le persone che hanno avuto un familiare con melanoma sembrano avere maggiori probabilità di sviluppare la stessa patologia nel corso della vita, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio. Questa familiarità non stupisce, se pensiamo che in un individuo il fototipo (colore di capelli, pelle ed occhi) è un tratto ereditario.

Una regola semplice


Nelle campagne di informazione per la prevenzione del melanoma si consiglia, come detto, di effettuare visite dermatologiche per il controllo dei nei. Tra gli elementi che devono indurre a recarsi dal dermatologo, oltre a quelli citati in precedenza, figura anche l’esito dell’autoesame periodico che ogni soggetto portatore di nei deve imparare ad effettuare. 

La visita dermatologica è indicata qualora si sia notata la comparsa di nuove neoformazioni, o quando le neoformazioni preesistenti siano cambiate. Per ricordare più facilmente i parametri più importanti da osservare si applica una regola facile da memorizzare, detta dell’ABCDE. Sono l’Asimmetria, l’irregolarità dei Bordi, i cambiamenti del Colore, le Dimensioni superiori a 1 centimetro o l’Evoluzione, cioè un cambiamento rapido di uno o più dei quattro parametri appena menzionati.

I controlli in gravidanza


 Durante la gravidanza la futura mamma assiste spesso a dei cambiamenti nell’àmbito dei nei, che sono, nella maggior parte dei casi, privi di significato patologico. In genere i nei diventano più scuri o si ingrandiscono un po’. 

Queste variazioni possono allarmare la gestante, alla quale è quindi consigliata una visita dermatologica per escludere l’evento eccezionale, cioè un’evoluzione dei nei dall’aspetto mutato in una forma atipica o in un melanoma, oppure per valutare se quel cambiamento vada monitorato. 

Nel caso di una donna in attesa di un bambino che sia già affetta da melanoma maligno, la neoplasia tenderà ad ispessirsi, fatto che normalmente ha un significato di aggravamento della malattia. Nonostante questo elemento clinico, i dati disponibili riguardo alla percentuale di sopravvivenza nei successivi cinque anni non evidenziano alcuna variazione di prognosi qualora l’ispessimento sia avvenuto durante il periodo di gravidanza.

Esposizione ben protetta


La prevenzione secondaria si effettua quando sono presenti i nei, ma l’obiettivo da raggiungere è possibilmente quello di averne pochi. Questo scopo è l’oggetto della prevenzione primaria, sulla quale è doveroso attirare efficacemente l’attenzione dell’opinione pubblica, in particolare per proteggere i bambini. 

Parliamo di una giusta fotoesposizione, vale a dire di uno stile di vita corretto nel rapporto con il sole: in primo luogo evitando ustioni solari, quindi esponendosi gradatamente e al di fuori delle ore centrali della giornata, in cui si ha una maggiore concentrazione di radiazioni UVB, che sono fortemente eritematogene e cancerogene. 

In seconda battuta è necessario imparare ad usare correttamente le creme solari, tenendo bene a mente che vanno riapplicate ogni due ore circa poiché, salvo quelle con soli filtri fisici – che sono polveri che rifrangono le radiazioni del sole – le sostanze che costituiscono i filtri chimici non sono completamente stabili e si modificano per effetto dell’energia prodotta dalla luce stessa. Inoltre, la crema solare non deve essere usata come alibi per aumentare le ore di esposizione al sole. 

Terza raccomandazione: non dimenticare che gli indumenti (cappelli, vestiti, occhiali) sono importantissimi nella fotoprotezione, e ricordare che i vestiti chiari proteggono meno rispetto a quelli scuri, che i tessuti più pesanti proteggono di più, che lo stesso indumento protegge meno quando è bagnato, che i diversi materiali dei tessuti hanno differenti capacità protettive.


Future mamme, bevete più acqua, soprattutto in estate



A cura della dott.ssa Roberta Clauser, ginecologa


L’acqua è il maggiore componente del corpo umano ed è vitale per il funzionamento dei nostri organi e per la regolazione della temperatura corporea. La percentuale di acqua contenuta nell’organismo è solitamente minore nelle donne che negli uomini e varia con l’età: nei neonati è del 75% circa, mentre durante la Terza Età ammonta più o meno al 50%. In generale, la maggior parte dell’acqua (circa i 2/3) si trova nelle cellule, mentre la quota restante costituisce il plasma, ossia la parte fluida del sangue, e l’interstizio, cioè lo spazio tra le cellule dei tessuti.

Il sangue aumenta di volume


La gravidanza comporta molti cambiamenti fisiologici nel corpo della donna. In particolare, si verifica una ritenzione di sodio e acqua che porta ad un accrescimento del volume plasmatico.

Queste modificazioni iniziano già nel primo periodo della gestazione, raggiungono un picco nel secondo trimestre e poi restano costanti fino al parto, facendo sì che il volume di sangue in una futura mamma a termine sia dal 30 al 50% in più rispetto a una donna che non aspetta un figlio.

L’aumento del volume di liquidi nell’organismo materno è accompagnato dall’accumulo di 900-1.000 milliequivalenti di sodio e di 6-8 litri di acqua, distribuiti tra il feto, il liquido amniotico, gli spazi intra ed extracellulari.

Un liquido protettivo


Sicuramente nei nove mesi è fondamentale la presenza del liquido amniotico, che nelle prime settimane viene prodotto prevalentemente per filtrazione attraverso la placenta e la membrana amniocoriale.

Successivamente, a partire dalla 14-16ma settimana, la diuresi fetale inizia ad essere significativa, e quindi da quest’epoca il liquido amniotico è costituito essenzialmente dall’urina del nascituro. 

Questo particolare fluido ha una funzione meccanica: attenua suoni e rumori esterni, che arrivano così al feto più ovattati, mantiene stabile la temperatura, attutisce eventuali traumi. Da un punto di vista metabolico, è utile per lo sviluppo dell’apparato digerente e di quello respiratorio.

Un’adeguata produzione di liquido amniotico è garantita anche da una corretta idratazione materna e quindi fetale. 

Quando ci vuole più acqua


In generale è impossibile dare un’esatta raccomandazione sul quantitativo di acqua che occorre bere in una giornata, perché la richiesta di liquidi presenta un’ampia variabilità da persona a persona e cambia a seconda del clima e delle attività svolte.

La “European Food Safety Autority” (EFSA) raccomanda un introito giornaliero di acqua di circa 2 litri per le donne e 2,5 litri per gli uomini.
L’EFSA fornisce indicazioni simili anche alla donna in gravidanza, aumentando però l’apporto di 0,3 litri al giorno oltre i 2 raccomandati.

Anche durante l’allattamento è necessaria una particolare attenzione all’idratazione della neomamma: in questo delicato momento, infatti, l’organismo femminile deve recuperare le perdite dovute al parto, e soddisfare le accresciute richieste causate dal nutrimento al seno.

Le signore che allattano dovrebbero regolare il loro introito giornaliero di acqua in base alla quantità di latte prodotta: una produzione giornaliera di 750 millilitri di latte comporta un incremento della richiesta di fluidi di 600-700 ml. al giorno. 

Disidratazione, rischio estivo


Il tutto si complica però con l’arrivo dell’estate e con l’innalzamento delle temperature: uno dei problemi più frequenti che la popolazione deve affrontare è infatti quello della disidratazione. Le categorie più interessate da questo rischio sono le donne in gravidanza, i bambini e gli anziani. 

Le alte temperature fanno crescere il fabbisogno di acqua e di sali minerali in conseguenza dell’aumentata eliminazione di liquidi ed elettroliti tramite il sudore. Inoltre molte donne, soprattutto nel primo trimestre dell’attesa, soffrono di problemi quali nausea e vomito, che accentuano la perdita di liquidi ed elettroliti e al tempo stesso ne riducono l’introito. 

Un insufficiente apporto di liquidi determina nella futura mamma una più elevata incidenza di infezioni delle vie urinarie e di ipotensione ortostatica, vale a dire di cali nella pressione arteriosa. 

Per quanto riguarda il nascituro, invece, durante i mesi estivi è più frequente il riscontro di oligoidramnios (riduzione del liquido amniotico al di sotto del limite inferiore di normalità), soprattutto nelle gravidanze presso od oltre il termine: in questo momento della gestazione, infatti, già fisiologicamente si assiste ad una diminuzione del liquido amniotico, che può essere peggiorata da un’eventuale disidratazione. 

La perdita eccessiva di elettroliti, invece, provoca più frequentemente crampi muscolari e nei casi più gravi, ma assolutamente molto più rari, disturbi del ritmo cardiaco. È quindi buona norma che le donne in gravidanza abbiano un corretto apporto giornaliero di liquidi che, durante l’estate, può raggiungere i tre litri. 

Nel caso di comparsa di crampi o alterazioni elettrolitiche è opportuno che il medico curante consigli un integratore di sali minerali. Ovviamente, tutto ciò va accompagnato ad un corretto comportamento: evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, vestire in modo adeguato, rinfrescare l’ambiente domestico, astenersi dall’uso di alcolici, mangiare preferibilmente cibi leggeri e con alto contenuto di acqua, come frutta e verdura.

A volte si presta poca attenzione a quanta acqua si beve in una giornata, e spesso infatti l’introito è di gran lunga inferiore a quello raccomandato. È invece fondamentale introdurre una quantità idonea di liquidi in qualsiasi momento della vita, e in particolare durante la gestazione quando, come abbiamo visto, il fabbisogno s’incrementa e un’adeguata idratazione è fondamentale sia per la salute della mamma sia per quella del suo bambino.


Bicchiere con acqua e ghiaccio