Gravidanza, chi fuma rischia


A cura della dott.ssa Valentina Galiano, ginecologa


Il fumo di tabacco è un’abitudine ancora molto diffusa nella popolazione, sebbene risulti ormai acclarato quanto sia dannoso per la nostra salute e per quella di chi ci sta intorno. Purtroppo molte donne fumatrici non smettono neppure in gravidanza, nonostante che gli effetti sul feto e le conseguenze a lungo termine sulla salute del bambino siano anch’essi noti da tempo. 

In Europa, si stima che il 10% circa delle donne fumi anche quando si trova in dolce attesa. Sebbene il fumo non comporti automaticamente un danno per la salute del nascituro, i rischi aumentano. E sono tanto maggiori quanto più alto è il numero di sigarette consumate.

Una miscela molto dannosa

Il fumo di sigaretta è una miscela chimica aerosolica costituita da diverse sostanze dannose, di cui alcune sicuramente cancerogene (idrocarburi policiclici aromatici, nitrosamine, metalli pesanti). Inoltre, il fumo include prodotti di combustione quali monossido di carbonio e diossido di carbonio, gas incolori e inodori che ostacolano il trasporto dell’ossigeno nel sangue e composti semi-volatili derivati degli idrocarburi, come fenoli e cresoli. Infine, come è ben noto, contiene nicotina, un alcaloide prodotto dalle foglie della pianta del tabacco che, una volta inalato, raggiunge i diversi organi attraverso i vasi sanguigni.

La nicotina e le molte altre sostanze presenti nella sigaretta sono in grado di superare la barriera emato-placentare interferendo con il normale sviluppo e con la crescita del feto. Uno dei maggiori effetti avversi causati dall’esposizione al fumo di tabacco durante la vita intrauterina è la riduzione dell’ossigenazione dei tessuti fetali. Il monossido di carbonio rilasciato dalla sigaretta ha una elevata affinità per l’emoglobina dei globuli rossi e per altre molecole coinvolte nel trasporto dell’ossigeno, condizione che incrementa i livelli di carbossiemoglobina nei vasi ombelicali, rendendo difficoltoso il rilascio di ossigeno alle cellule del feto e provocando una conseguente riduzione dell’ossigenazione (ipossia). 




La struttura e la funzione della placenta di una fumatrice saranno pertanto alterate, sia per le modificazioni vascolari che derivano dal fumo sia per l’aumentata morte delle cellule placentari dovuta all’ipossia. La conseguenza diretta più frequente ed importante, ampiamente dimostrata, è quindi un basso peso alla nascita, che definisce un neonato di peso inferiore ai 2.500 grammi. Tale esito si riscontra soprattutto in caso di abitudine al fumo nel secondo e nel terzo trimestre, e sembra essere dipendente dalla quantità di sigarette.

Le alterazioni della placentazione conseguenti all’esposizione al fumo comportano anche un maggiore rischio di parto pretermine, ossia prima delle 37 settimane di gestazione. Inoltre, sebbene le cause possano essere molteplici (rottura prematura delle membrane, distacco di placenta, corionamniosite, e così via), è stato dimostrato che nelle donne fumatrici è maggiore la possibilità che il parto pretermine si verifichi prima della trentaduesima settimana di gravidanza, con conseguente elevato rischio di morbilità e mortalità neonatale. Benché sia noto che il peso alla nascita è influenzato dall’epoca gestazionale, diversi studi dimostrano come l’effetto su di esso del fumo non possa essere spiegato solamente dalla precocità dell’epoca gestazionale, ma agisca indipendentemente da essa. 

Malformazioni più frequenti

L’esposizione di madre e feto alle multiple sostanze tossiche della sigaretta è inoltre ritenuta responsabile dell’aumento del rischio di malformazioni congenite. Data la numerosità di queste sostanze, è difficile stabilire un preciso rapporto causa-effetto (bisogna considerare anche il ruolo della suscettibilità genetica individuale), ma sappiamo ad esempio che la nicotina, dato l’impatto vasoattivo, potrebbe essere implicata nei difetti della vascolarizzazione fetale, con conseguente sviluppo di anomalie anatomiche. 




Sebbene la percentuale complessiva dei bambini malformati non sembri essere più elevata nei nati da donne fumatrici, è dimostrato che, paragonate alle non fumatrici, queste mamme evidenziano un rischio maggiore di avere figli affetti da malformazioni congenite specifiche: schisi labio-maxillo-palatina, gastroschisi (difetto della parete addominale con incompleta chiusura dei muscoli e della cute e conseguente fuoriuscita dei visceri addominali), atresia anale (mancata apertura dell’ano), difetti cardiaci, anomalie digitali (polidattilia, sindattilia, adattilia), criptorchidismo (mancata discesa di uno o di entrambi i testicoli nello scroto), ipoplasia/agenesia renale (sviluppo insufficiente o assenza di uno o di entrambi i reni). 

Le ricadute genetiche

Al centro delle attuali ricerche scientifiche vi è il ruolo che i meccanismi epigenetici possono rivestire nel provocare gli effetti negativi dell’esposizione al fumo durante la vita intrauterina e nei primi periodi della vita extrauterina. La teoria epigenetica fornisce una spiegazione potenziale su come i fattori ambientali e quelli nutrizionali possono modificare, attraverso cambiamenti nell’espressione genica, l’incidenza di numerose malattie comuni. 

Quanto più precocemente questi meccanismi vengono attivati, tanto più rilevanti saranno le conseguenze nel breve e nel lungo termine. Nella maggior parte degli studi, tuttavia, emerge, per quanto riguarda il fumo di sigaretta, una difficoltà nel discernere tra gli esiti potenziali dell’esposizione prenatale e quelli determinati dall’esposizione postnatale, con conseguente difficoltà di definire quale delle due forme di esposizione sia all’origine delle ricadute importanti.

Nicotina e “morte in culla”

In epoca postnatale, uno dei rischi principali associati al fumo materno è la sindrome della morte improvvisa infantile (SIDS – Sudden Infant Death Syndrome), conosciuta comunemente come “morte in culla”, che colpisce nel primo anno di vita (soprattutto nei primi 2-4 mesi) lattanti apparentemente sani.

È una causa di morte relativamente frequente in questa fascia di età, con un’incidenza che oscilla tra 1,0 e 2,3 per mille. Mantenere il lattante in posizione diversa da quella supina durante il sonno, coprire eccessivamente il bambino, l’abitudine al fumo della madre durante e dopo la gestazione sono stati identificati come i fattori di rischio evitabili più importanti per la SIDS.

 I bambini morti a seguito di questa patologia tendono infatti ad evidenziare, rispetto a bambini deceduti per altre ragioni, una maggiore concentrazione di nicotina e di cotinine (metaboliti della nicotina che indicano l’esposizione al fumo passivo) nei polmoni e nei liquidi biologici. L’origine della sindrome è ancora sconosciuta, ma risiede verosimilmente in una compromissione della capacità delle cellule neuroendocrine del surrene di fronteggiare lo stress ipossico causato dall’azione della nicotina.

Molti disturbi respiratori

Altrettanto documentata è la maggiore frequenza, nei bambini esposti al fumo di sigaretta sia durante la gravidanza sia dopo la nascita, di alcuni disturbi respiratori ed otorinolaringoiatrici quali infezioni respiratorie acute, otiti medie ricorrenti, asma bronchiale e sintomi respiratori cronici. 
Le modificazioni epigenetiche, dovute al fumo durante la vita prenatale, predispongono il bambino all’iperreattività bronchiale, mentre il fumo passivo funge da fattore irritante che mantiene le vie respiratorie in uno stato di continua infiammazione. 

L’asma precoce, inoltre, procura deficit permanenti di sviluppo delle vie respiratorie, fino a una relativa insufficienza respiratoria permanente (da sforzo, durante lo sport). E come se non bastasse, fumare quando si aspetta un figlio sembra abbia effetti significativi sul neurosviluppo del nascituro, a breve e a lungo termine. Ne consegue un più basso sviluppo cognitivo e una maggiore frequenza di disordini comportamentali e dell’apprendimento durante l’infanzia e l’adolescenza.




Sembra esserci inoltre una relazione con il maggiore rischio di obesità in epoca infantile e di diabete mellito di tipo 2 in età adulta. Alcuni studi ipotizzano infatti che il fumo materno agisca da fattore scatenante per lo sviluppo di sovrappeso e di obesità, qualora l’esposizione avvenga nei nove mesi dell’attesa.

Il meccanismo in questione potrebbe essere quello del “fenotipo risparmiatore”, secondo cui un feto iponutrito (in tal caso per il ridotto apporto di ossigeno legato al consumo di nicotina) presenterà dei cambiamenti permanenti nel metabolismo dell’insulina e nella distribuzione del grasso corporeo, tali da favorire un’accelerata crescita postnatale.

Anche la gestante rischia 

Infine, non dobbiamo dimenticare la salute della gestante. Oltre ai rischi che tutti conoscono, come le malattie dell’apparato respiratorio (inclusi i tumori) e dell’apparato cardiocircolatorio, una donna incinta che fuma si espone a un pericolo ulteriore, cioè l’aumentata probabilità di tromboflebiti e di connessi fenomeni tromboembolici. Ma non mancano gli effetti negativi anche a monte, sulle potenzialità riproduttive femminili. 

I componenti tossici contenuti nella sigaretta alterano infatti i normali processi maturativi dell’ovocita, e la nicotina riduce la motilità delle tube ostacolando così il trasporto e la discesa degli ovociti lungo la tuba e l’incontro con gli spermatozoi. Nell’uomo l’abitudine al fumo riduce la qualità del liquido seminale, influenzando il numero e la motilità degli spermatozoi stessi.




I pericoli in allattamento

L’87-95% delle donne che fumano nel corso della gestazione mantiene tale abitudine anche durante i primi anni di vita dei propri figli, con importanti ripercussioni  sfavorevoli sulla loro salute. Le sostanze nocive contenute nel fumo di tabacco passano nel latte materno, che viene impoverito sia qualitativamente sia quantitativamente.

In particolare, è stata osservata una riduzione della quantità di acidi grassi polinsaturi a lunga catena, non influenzata dalla dieta materna, ma dall’inibizione dell’attività dell’enzima Δ5-desaturasi, coinvolto nella sintesi di queste sostanze nelle cellule della ghiandola mammaria. L’abitudine al fumo ha ricadute anche sulla durata dell’allattamento al seno, causandone un’interruzione prematura.

Tale effetto sembra essere attribuibile a diversi meccanismi, tra i quali la percezione di un senso di inadeguatezza del proprio latte da parte della madre fumatrice e la maggiore suscettibilità dei piccoli a sviluppare coliche e pianto inconsolabile, con conseguente necessità di ricercare altre modalità di allattamento. È stata osservata anche un’alterazione del ritmo sonno-veglia del bambino, caratterizzata da risvegli precoci immediatamente dopo l’esposizione al fumo, per l’effetto stimolante della nicotina sull’attività neuronale.

I figli di madri che hanno fumato durante l’allattamento hanno una maggiore probabilità di diventare a loro volta fumatori durante l’adolescenza o l’età adulta, verosimilmente perché si ritiene che la nicotina nel liquido amniotico e nel latte materno possa causare una sovraesposizione dei recettori nicotinici presenti a livello del Sistema Nervoso Centrale, predisponendo questi soggetti all’insorgenza di dipendenza. Per quanto concerne il danno polmonare, l’effetto irritante esercitato dal fumo, in aggiunta al trasferimento di allergeni attraverso il latte materno, sembra portare all’insorgenza di manifestazioni respiratorie di natura allergica, come asma e rinite. 

Tuttavia, le organizzazioni internazionali che si occupano della salute affermano unanimi che i benefici che l’allattamento al seno può garantire sia alle madri che ai loro bambini superano il rischio dell’esposizione al fumo, per cui l’allattamento al seno rimane la pratica di nutrizione indicata anche per i figli di madri che non smettono di fumare. 

Considerando che un lattante può essere esposto a componenti del fumo di tabacco non solo attraverso il latte materno, ma anche con l’esposizione al fumo passivo o per contatto con il fumo di terza mano (ossia i residui tossici di fumo che si depositano su qualunque superficie degli ambienti in cui si fuma), ulteriori studi sono necessari per dimostrare gli effetti aggiuntivi della simultanea esposizione al fumo di seconda mano sulla salute dei bambini.

L’occasione di smettere

Concludendo, le donne fumatrici con desiderio di gravidanza dovrebbero essere fortemente incoraggiate ad interrompere l’abitudine al fumo proprio nell’evenienza dei molti possibili effetti avversi. 

Anche l’utilizzo delle sigarette elettroniche, soprattutto quelle a base di liquidi aromatizzati sintetizzati chimicamente, deve essere scoraggiato, in quanto contengono comunque nicotina e sostanze chimiche nocive, i cui effetti a lungo termine sono ancora sconosciuti. 

Con una buona dose di volontà e di determinazione, e con il supporto di familiari ed amici, la “dolce attesa” potrebbe rappresentare proprio il momento nel quale tentare di chiudere definitivamente con il vizio del fumo, principalmente per la salute del bambino che nascerà, ma anche per il benessere globale della donna.